– Cazzo, siamo andate con la mia amica in un club, un localino di quelli mezzi clandestini. In un basement, hai presente da film? Con la porta blindata d’acciaio da banca, lo spioncino e dietro un cristone con l’auricolare, i capelli impomatati d’unto e una pancia da qui a lì, – attaccò a dire la Roscia, una ragazzetta bassa e segaligna e con la pelle di un biancore quasi malsano, con un incongruo vestitino a fiori da bambina e due spallucce che sembravano un attaccapanni di quelli di fil di ferro.
Lui la guardò tra il perplesso e l’incredulo. La Roscia non parve darsene per inteso, se pure si era accorta dei dubbi dei presenti, un amico mezzo gay e mezzo professore di scuola superiore – un po’ tipo quello della Venticinquesima ora per intendersi – e un chitarrista fallito che passava il tempo a tracannare bottiglie di Brooklyn Lager nell’appartamento del sottotetto di 7th Avenue rimastogli in eredità. Quello dove ora si trovavano a cazzeggiare.
– Insomma, entriamo dentro ‘sto locale, e c’è un bar, all’apparenza normale con qualche ciccione appoggiato al banco, un paio di bionde scosciate, luci basse ma non troppo. Sembra un club come tutti gli altri, ma lo sanno tutti che nel retro (che si vede subito anche dall’ingresso) giocano d’azzardo, no? E pesante anche.
– Ma dov’è ‘sto posto? – fece il chitarrista, con la voce già un po’ impastata anche se erano solo le cinque del pomeriggio.
– Jersey. Di là dal tunnel. Insomma, entriamo e ci fiondiamo al banco, perché io ero già bella stoppa e avevo bisogno di buttar giù un altro Long Island per non vomitare, – prosegue la Roscia senza tirare il fiato, con una logica piuttosto sgangherata. – Il barista mi squadra, mi fa «Ma ce l’hai l’età?» e mi chiede il documento. Io gli rispondo che c’ho l’età per fottermi suo padre se voglio, quindi che non rompa i coglioni, e in quattro e quattr’otto attacchiamo a litigare berciando. La mia amica, che è alta e bionda e vistosa e si fa notare subito dovunque va, interviene e cerca di ammansirlo con un sorriso e qualche frasetta caramellata e un po’ di scollatura in vista. Va be’, quello si placa un po’, si mette all’opera e insomma dopo un po’ la finisco di strepitare e gli metto l’ID sul bancone.
– Non mi dire che gliel’hai lasciata? Conoscendoti... – chiese il mezzo professore.
– Sì, sì. Appena ho visto il Long Island me ne sono dimenticata all’istante. Ero sfatta, te l’ho detto. Va be’, comunque, quando ci voltiamo ci troviamo davanti due omoni con due pance così, mori, camicia sbottonata e catenozzo d’oro. Attirati dal casino, probabilmente, devono aver messo giù le carte ed essere venuti di qua a vedere. Uno, capello unto e sopracciglia unite... Scusa, eh – (fece la Roscia rivolta all’Italiano che la guardava perplesso) – ma era un Guido fatto e finito. Insomma ‘sto guappo punta dritto la mia amica, la invita, diciamo così, a un lento e in due minuti neanche sono già lì che limonano di brutto sulla pista. Solo che l’amico, l’altro guappo, vuol fare lo stesso servizio anche a me, che tra i Long Island e l’incazzatura di prima e il fatto che puzza come un letamaio non ce n’ho neanche per l’anticamera del cervello. Insomma, gli metto giù un’altra piazzata, comincio a strillare che lo so che lì dietro c’è la bisca clandestina e che non mi devono rompere i coglioni se no gli faccio passare un guaio e questo e quello e quell’altro. Dopo un po’ la mia amica finalmente si accorge che mi sono rimessa a dare di matto, perciò si svincola dall’abbraccio dell’unto e mi viene in soccorso. Poi m’ha raccontato che m’ha dovuto trascinare via per un braccio mentre cercavo di graffiare la faccia all’altro guappo, ma io ero in crisi isterica e non mi ricordo neanche.
– Pazzesco. E vi hanno lasciato andare via così.
– Più o meno. Da quello che ho capito si sono incazzati e ci hanno buttate fuori a calci... in effetti c’ho ancora un paio di lividi, – aggiunse la Roscia, sollevando un po’ il gonnellino corto per mostrare una chiazza nera sulla coscia stecchita. – Meglio, comunque.
– Come, meglio? – saltò su il mezzo gay-mezzo professore, pulendosi gli occhialini cerchiati di metallo.
– Sì, perché la mia amica in realtà è un travestito... e il suo Guido non ci avrebbe messo tanto a scoprirlo. E allora sì che sarebbero stati cazzi amari. Non hanno tanto senso dell’umorismo su certe cose, di là dal tunnel.
Gli altri tre si guardarono senza sapere se scoppiare a ridere o cosa. Poi il chitarrista si ricordò: – E la carta d’identità?
– Lascia stare, è rimasta lì.
– Occazzo.
– Già. Mi manca giusto di avere la mafia alle costole.
lunedì 25 maggio 2009
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